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10 novembre 2007

E' morta Giglia Tedesco. Ciao Giglia, grazie di tutto



Venerdì sera è morta Giglia Tedesco. L'ho saputo mentre mi trovavo ad una bella festa della sezione di Casal de Pazzi ed è stata una pugnalata.
Se ne è andata in una piovosa serata di novembre, quasi come se il cielo piangesse per lei.
L'ultima volta che l'avevo sentita era stato qualche giorno dopo le primarie. L'avevo chiamata per raccontarle come erano andate le primarie a Casal Bruciato e lei mi disse che era felicissima per il successo enorme su tutti i livelli, ma di una cosa era dispiaciuta: non aveva potuto votare nella sua sezione di Partito.

Grazie Giglia! Grazie per la tua forza, per la tua semplicità, per quello serena fermezza e enorme disponibilità con cui approcciavi le persone, per la tua freschezza mentale, per il tuo stile, per i tuoi sorrisi, per la tua inteligenza, per il tuo ottimismo, per la tua lucidità, per la tua simpatia, per la tua bontà.
Grazie Signore per avermi dato l'opportunità di conoscerla e per aver goduto della sua stima e compagnia, e aiutami sempre a conservare nel mio cuore quel poco della sua essenza che ho potuto succhiare nei momenti in cui ci sono potuto stare a contatto.
Un essenza che ti trasmetteva e di cui tu ti beavi come un pellegrino che beve acqua fresca nel deserto, come un navigatore che segue l'unica stella nel cielo.
Grazie mille Giglia! Cirano diceva che morire non è altro che smettere di nascere, ma tu per noi rinascerai ogni giorno, nel nostro lavoro quotidiano, nei nostri valori, nelle delusioni, nei momenti di abbattimento ed in quelli di gioia.
Sembra impossibile, ma non ci sei più, e già ci manchi tanto.
Ciao Giglia! E grazie di tutto




permalink | inviato da lacasadelpopolo il 10/11/2007 alle 21:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

8 novembre 2007

'La globalizzazione che funziona'...? Capitolo I

   

Recentemente ho letto l’ultimo libro del premio Nobel per l’economia ed ex consigliere economico della presidenza Clinton, Joseph Stiglitz: ‘La globalizzazione che funziona’.

Devo dire che è stata una lettura decisamente stimolante. Non sta a raccontarvi tutto il libro (anche xchè è molto articolato e sarebbe impossibile farne un sunto) ma semplicemente scrivere di alcune cose che mi hanno particolarmente colpito.Il libro è focalizzato in particolare su alcune proposte dell’autore per rendere la globalizzazione più equa e solidale, e su un’analisi di come i paesi più avanzati, ma in particolare gli USA, sfruttino il loro potere sullo scenario globale, per incrementare la loro ricchezza a danno dei paesi in via di sviluppo. Riporto quindi qui alcuni punti del libro. Le mie riflessioni le scriverò a puntate, focalizzandomi ogni volta sui differenti aspetti che mi hanno colpito.

Stiglitz dice una cosa sacrosanta che a sinistra spesso non si focalizza bene: non ha senso chiedersi se la globalizzazione sia una cosa buona o no, ma ha senso interrogarsi su come questo dirompente fenomeno socio-economico possa essere corretto perché tutti i soggetti possano trarne dei benefici. Sottoscrivo in pieno, e devo dire che ho avuto occasione di affrontare in passato questo tipo di discussioni. Il mio professore di Economia dei Gruppi, delle Cooperazioni e delle Concentrazioni Aziendali, a lezione amava ripetere che la globalizzazione quando vai a stringere ti offre solo due alternative: o sei un globalizzatore oppure sei un globalizzato. Io di solito uso l’immagine di una grande onda, che o ti travolge oppure hai gli strumenti, le abilità e le capacità di cavalcare. Mettere in discussione oggi il fenomeno della globalizzazione sarebbe come cercare di fermare un treno in corsa con una pistola ad acqua. Basta guardare la storia del mondo. Da sempre c’è la tendenza dell’uomo ad espandere la e rispettive sfere di influenza commerciali e politiche oltre i propri confini. Basta considerare esempi come l’impero romano o le colonie. E nella storia possiamo notare come i maggiori livelli di benessere siano stati raggiunti da quelle città o da quegli stati con notevoli potenzialità di sfruttamento di ampi mercati. In Italia oltre all’impero romano direi che anche la storia di Venezia ce lo sta a testimoniare. Inoltre una delle prime cose che si studia in qualsiasi esame di economia politica è la cosiddetta ‘frontiera delle possibilità’ produttive, la quale ci dimostra che se io in un’ora riesco a produrre 10 tavoli e 50 sedie, ed un altro 5 tavoli e 60 sedie, mettendosi insieme e specializzando il lavoro si otterrebbero 10 tavoli e 60 sedie, cioè più di quanto un singolo riuscirebbe ad ottenere.

Questo lungo preambolo l’ho fatto per sottolineare una cosa. L’apertura e l’interscambio sono sempre potenzialmente dei grandi fattori di crescita e di benessere. La possibilità di entrare in contatto (e lo vediamo anche nella vita normale di tutti noi) con realtà diverse ti offre sempre l’opportunità, oltre alla possibilità di acquisire un bagaglio di esperienze e di conoscenze che singolarmente avresti maggiori difficoltà a mettere insieme, di trovare dei soggetti con i quali poter ottimizzare le proprie potenzialità. Per questo sono convintissimo che potenzialmente la globalizzazione è il maggiore e più incisivo fattore di sviluppo che oggi il mondo ha a disposizione. Le tecnologie della comunicazione e del trasporto stanno rendendo sempre più questo nostro monto come un’unica comunità, e questa non può non essere una cosa positiva. Ecco perché non ho mai capito chi si definisce un no global, ma molto di più chi si ritiene un new global. Negare oggi la globalizzazione vuol dire fuggire dall’evidenza e dalla realtà della nostra quotidianità e non ricercare le adeguate soluzioni ai tanti quesiti e problemi che si sono presentati in seguito al fulmineo sviluppo globale degli ultimi decenni.

In questo senso sono convinto che gli atteggiamenti di8 chiusura sono spesso dettati dalla paura di affrontare un contesto di tale complessità, dal timore di non riuscire a comprenderlo e, appunto, di farcisi travolgere. Si possono anche voltare le spalle all’onda, ma quella prima o poi ti travolgerà comunque. Inoltre, ed ho l’impressione che sia il caso del nostro paese, troppo spesso non si attribuisce la giusta considerazione alle enormi potenzialità positive che la globalizzazione ci mette a disposizione in tutti i campi, e anzi quelle potenzialità vengono spesso vissute come un pericolo. Ma le opportunità divengono un pericolo solo per chi non le sa cogliere o per chi ha non è attrezzato o a paura di non riuscire a coglierle, mentre gli altri potrebbero essere in grado. Sono timori comuni e che tutti noi, anche se in minima parte, sentiamo sulla nostra pelle. Però in fondo, se ci pensiamo bene, per gli altri, gli altri siamo noi!

Nelle prossime puntate analizzerò altri punti del libro.

A presto.

P.S.: ieri sera ho (indegnamente, visto che il mio blog lo aggiorno una volta ogni morte di Papa) partecipato ad una riunione proprio x discutere delle potenzialità e dell’utilizzo della rete, in particolare in politica. Mi pare siano uscite cose buone, e spero che riusciremo a darne seguito. È stato molto interessante, e ringrazio Luca per avermici invitato.




permalink | inviato da lacasadelpopolo il 8/11/2007 alle 12:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

3 novembre 2007

Bourne Ultimatum... Per fortuna!

 Ieri sera sono andato al Tristar (vuoto come al solito) a vedere 'The Bourne Ultimatum'.
Devo dire che della trilogia avevo visto solo il primo film, e non mi era x niente dispiaciuto. Questo terzo episodio però non è gran che. E' il classico film americano tanta azione e poca trama, con questo superman che fa cose improbabili, tipo fare un inseguimento saltando da una finestra all'altra o fregare regolarmente 46 agenti della CIA che lo inseguono. Insomma, niente di che.

Per fortuna questo è l'ultimo film della serie!




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22 maggio 2007

L'ultimo congresso dei DS

Care ragazze, cari ragazzi

 

Come promesso lascio un post sul congresso nazionale dei DS che si è svolto APPENA un mese fa a Firenze.

 

Devo dire che il livello qualitativo del congresso è stato decisamente alto. Quasi tutti gli interventi che ho ascoltato mi sono piaciuti molto ed in particolare (facendo la classifica) quelli di Bersani, della Finocchiaro, le conclusioni di Fassino e D’Alema.

In questo post però non vorrei parlare più di tanto di politica, ma delle emozioni che quell’evento mi (e non solo a me) ha scatenato.

 

Un fattore in particolare mi ha fatto riflettere in quei due giorni che sono stato là. Stavo vivendo l’ultimo congresso dei DS!

Forse parrà strano che uno che ha convintamene votato la mozione Fassino, e di conseguenza favorevolmente alla creazione del Partito Democratico, non riesca a togliersi un tale pensiero dalla testa. Sia chiaro, sono felicissimo che i DS si avviino verso il percorso che li porterà a costruire questo nuovo soggetto, e voglio dare il mio massimo contributo possibile perché sto PD venga fuori in maniera più che decente… Ma in quei giorni non riuscivo a pensare completamente a questo.

 

Pensandoci bene sto PD è veramente come un matrimonio! Con tutti gli annessi e connessi. Immaginate che ci siano due persone che decidono di sposarsi. Sono giovani e vivono con le loro famiglie, però lavorano entrambi, e coi soldi che si sono messi da parte riescono a comprarsi una casa tutta loro (diciamo che riescono a dare l’anticipo e poi fanno un mutuo, sennò è davvero irrealistica!) per andarci a vivere insieme appena sposati. Naturalmente stanno insieme da un po’ di tempo, ma nonostante questo sono un po’ (come penso sia normale) spaventati e anche un po’ dubbiosi sulla loro scelta. In fondo vuol dire un grande cambiamento nella loro vita, vuol dire lasciarsi alle spalle l’esperienza di vita in famiglia, il forte contatto quotidiano con le persone a cui vogliono bene. Inoltre la convivenza può essere un rischio. E’ vero che stanno insieme da tanto tempo, ma una cosa è vedersi e sentirsi spesso e passare le vacanze insieme, un’altra è vivere in due sotto lo stesso tetto come marito e moglie. Insomma, sono convinti della loro scelta ma qualche insicurezza li ce l’hanno.

 

Fissano la data del matrimonio e cominciano con tutti i preparativi, però, più ci si avvicina alla data del fatidico sì, più queste paure e queste insicurezze si fanno forti. Immagino che chiunque si sia sposato, per quanto convintissimo, qualche dubbio prima del matrimonio lo abbia avuto.

 

Si arriva così alla sera prima del matrimonio. E’ l’ultima sera in cui dormi nella casa dei tuoi genitori. Il giorno dopo sai che compirai un passo che nel bene o nel male ti modificherà radicalmente la vita, e il pensiero di tutte le incognite che il futuro ti potrebbe riservare (che nelle vigilie, classicamente, ti si ingigantiscono a dismisura) ti fa sentire ancora più affezionato ai tuoi riferimenti di sempre: la tua famiglia, la casa dove sei cresciuto, la tua vita ‘normale’

Tu sai che dal giorno dopo sarà diverso, pensi migliore ed hai sempre pensato che sarà sicuramente migliore, ma quando il giorno di quel cambiamento è alle porte, la sera prima, in fondo non te ne senti più così sicuro.

 

E’ così che mi sentivo a quel congresso. Come l’ultima sera prima di un grande cambiamento. Eravamo lì, tutti insieme, compagne e compagni provenienti da tutti i luoghi d’Italia. Sono sicuro che in molti ci siamo sentiti come se fossimo alla sera prima di un matrimonio, ma perché effettivamente così era!

E lì l’abbiamo lasciata casa nostra, anche se era fortissima la voglia di rimanerci, di ritornare tra le sue rassicuranti, anche se magari non troppo solide, pareti. L’abbiamo lasciata nonostante in quella casa abbiamo vissuto momenti bellissimi, intensi, insostituibili; l’abbiamo spesso avvertita come opprimente, in certi momenti probabilmente l’abbiamo anche odiata e abbiamo immensamente desiderato di scappare da essa, ma è sempre stato il luogo della nostra vita, luogo di conforto e disperazione, di gioie e dolori, di grandi emozioni.

 

E’ stato così. Quel giorno abbiamo salutato i nostri genitori ed i nostri parenti, piangendo e commuovendoci, con la consapevolezza che quella casa e chi la abita sarà sempre nei nostri cuori, e che se potremo ci ritorneremo spesso, ma anche sapendo che il ritornarci stabilmente vorrebbe dire il fallimento del matrimonio, con tutto quello che consegue.

 

E così ce ne siamo andati, e mentre ci allontanavamo, emozionati per il distacco, verso la nostra nuova vita che speriamo tanto e faremo di tutto perché sia differente ma altrettanto bella, camminando, commossi ma speranzosi per il futuro, una canzone ci ha spinto ad alzare gli occhi in su, ricordandoci che in fondo, alla fine, il cielo è davvero sempre più blu.




permalink | inviato da il 22/5/2007 alle 23:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

15 maggio 2007

Finalmente un post!



Care ragazze, cari ragazzi

 

Spesso mi rimproverate del fatto che non aggiorno il blog. Vi assicuro che non è solo colpa mia.per motivi a me ignoti, i post che scrivo non mi si pubblicano, ma come potete vedere stavolta gliel’ho fatta!

 

E, visto che sono riuscito nell’impresa, scriverò un sunto su alcuni dei post che avevo cercato di inserire.

 

  1. Su Sky un po’ di tempo fa avevo visto un film dal titolo ‘Elizabethtown’, con Orlando Bloom e Kirsten Dunst, più Alec Baldwin (quando vedo lui e Sean Connery non riesco a non pensare con un brivido a quella scena di ‘Caccia a ottobre rosso’ in cui l’equipaggio del sottomarino canta a squarciagola l’inno sovietico!!!) che fa una parte all’inizio del film. Non ve lo racconto, comunque è un film godibile che può essere visto per passare una serata. Il mio post però più che sul film era sulla trama, dove di fatto, la protagonista femminile, con la sua positività, trascina il protagonista maschile e gli cambia la vita. Ma avete notato che questo è un motivo ricorrente nei film? La donna che cambia la vita all’uomo, quasi sempre in positivo. Invece quando l’uomo la cambia alla donna, spesso lo fa attraverso il provocarle delle sofferenze (il classico evento scatenante del cambiamento è una delusione d’amore). Ma perché c’è questa differenza? Un’idea ce l’ho, ma ne scriverò un’altra volta in maniera più esaustiva
  2. il congresso dei DS di Firenze. Stasera è tardi ma domani scriverò un post ad hoc
  3. c’è una maledizione che mi insegue. Voglio assolutamente andare a vedere un film che mi hanno consigliato in molti: ‘Le vite degli altri’, film tedesco che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero, ma non ce la faccio! È pazzesco, sono due settimane che per un motivo o per l’altro, esce sempre qualche cosa che mi impedisce di andarlo a vedere. Domenica scorsa mi ero convinto ad andarci nel pomeriggio, da solo così almeno sarebbe dipeso solo da me. Ho avuto un problema e non ci sono andato. Ce la farò? Vi farò sapere.
A presto!




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12 aprile 2007

La bella stagione alle porte



Ragazzi! E' arrivata la bella stagione!

E' vero che non è certo stato un inverno freddo, ma tutti i segnali giusti si stanno manifestando. L'ora legale, le giornate che si allungano e per ultimo i primi caldi. Ieri sera stavo in giro e alle due di notte in camicia e si stava bene.

Solo questo, la cosa mi rende felice, e spero che renda più felici anche voi!

A presto!!!




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5 aprile 2007

Se lo scoiattolo ha l'aerofagia...

Cari ragazzi
non ce la faccio a tacere!

Anche io devo dire la mia su sto scoiattolo!

Immagino che tutti voi avrete visto in tv la pubblicità di un noto chewing-gum nella quale uno scoiattolo salva una foresta in fiamme con un peto. Per chi non l'avesse ancora vista, la magnificazione del prodotto passa per il fatto che, il suddetto borborigmo, esce dallo scoiattolo come una impetuosa ventata ghiacciata che gela la foresta e spegne l'incendio; il tutto grazie all'aver ingerito il chewing-gum.

Vorrei farne un'analisi. Prima di tutto, come sottolineava la Litizzetto alla trasmissione di Fazio, non si è mai vista una loffia che spegne, anzichè alimentare un incendio. Eppure dovrebbe essere una cosa risaputa, visto che girano celeberrime leggende su persone che sono fenomenali nel dare fuoco ai proprio vapori intestinali. Una volta un amico chimico mi spiegava che ciò è possibile grazie al fatto che le fermentazione e la decomposizione dei nostri scarti all'interno dell'intestino, porta alla formazione di piccole quantità di metano che, come è noto, è infiammabile.
Tra l'altro, al riguardo, ricordo di aver letto qualche anno fa una notizia curiosa. Un gruppo di ricercatori neozelandesi aveva fatto il conto di quanti gas nocivi producono ogni anno le decine di milioni di pecore presenti in Nuova Zelanda attraverso i loro peti. Tra l'altro indicavano proprio in queste produzioni di gas il principale responsabile dell'effetto serra in Nuova Zelanda.
Quindi, per tornare al discorso di prima, come è possibile spegnere un incendio in tal modo?

Altra cosa. Il chewing-gum non ci fa una gran bella figura. Anche perchè se la controindicazione della gomma è che dopo 5 secondi che l'hai mangiata ti esce fuori una ventata di quella portata, non ci fai una bella figura. Immaginate di uscire con una ragazza che vi piace molto. Andate a cena insieme, magari poi al cinema e passate una bella serata. Poi ve ne andate in qualche bel posto romantico con l'intenzione di darle un bacio. Però, mentre vi avviate, magari sentendo di aver mangiato un po' pesante a cena, vi masticate un chewing-gum per rinfrescarvi l'alito. Arrivati nel posto romantico dite le cose più belle su di lei che vi vengono in mente, vi avvicinate per baciarla e mentre state per toccarvi con le labbra vi scappa un trotrotrotrom a -7 gradi sotto zero.
Perchè dovrei utilizzare quel prodotto se questo è il rischio che porta?

Comunque concludo con un giudizio generale.

QUELLA PUBBLICITA' E' ABOMINEVOLE!!!

E' veramente una cartina tornasole dello scadimento dei costumi di questo mondo. Dopo la patatina di Rocco Siffredi la scoreggia dello scoiattolo! Ma di questo passo dove finiremo?

Adesso cosa ci aspetta? Una pubblicità di pneumatici dove si dimostra che se passi sopra a uno stronzo di cavallo non perdi aderenza? O lo spot di un detergente dove c'è una signora che, per dimostrare che è davvero efficace, lava il suo cesso dai resti di un paio di svomitazzate di due suoi amici che hanno alzato un po' troppo il gomito il giorno prima?
"Eh sì, i miei amici sono persone allegre, e quando c'è da scolarsi una damigiana di rosso, non si tirano mai indietro! Certo, poi il fegato gli va in tilt, e mi lasciano il bagno pieno cibi mezzi digeriti e schizzi putridi. Ma per fortuna con XXXXX tutto torna a posto in 5 minuti! Guardate qua! Gli avanzi degli spaghetti vanno via in un baleno, e questo cetriolino consunto, scompare in un nonnulla! Da oggi i tuoi amici possono vomitare dove vogliono e in tranquillità, perchè oggi c'è XXXXX!!!"

E' questo che ci aspetta ora???

Comunque per concludere, tantissimi complimenti a chi ha ideato e realizzato quello spot. Io non ne sarei mai stato capace!




permalink | inviato da il 5/4/2007 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

6 febbraio 2007

Il congresso della SG di Roma

Hola rega! è una cifra che non aggiorno il mio blog, e dopo molti vostri 'rimbrotti' direi che è ora!

La settimana scorsa si è svolto il congresso della Sinistra Giovanile di Roma. E' stato un bel congresso, molto partecipato e nel quale l'organizzazione ha posto importanti basi per l'attività che dovrà fare nei prossimi mesi e anni. Purtroppo, facendo parte della commissione elettorale, non ho avuto la possibilità di sentire molti interventi, ma quelli che ho sentito mi sono piaciuti. In particolare mi è piaciuto l'atteggiamento molto costruttivo che tutti hanno avuto. Anche nelle critiche non sono mai mancati input tesi al miglioramento dell'azione dell'organizzione. Andrea Baldini è stato ampiamente rieletto segretario, ed è stato il giusto riconoscimento per la quantità e la qualità del lavoro da lui svolto in questi anni.

Mi ha fatto molto piacere anche il comportamento della SG della Quinta (della quale sono indegnamente segretario). I ragazzi hanno capito l'importanza di un passaggio congressuale, si sono calati in pieno nell'atmosfera congressuale ed oltre ad avere contribuito in maniera importante, sia con gli interventi, che coi documenti presentati, che anche nelle 'normali' conversazioni con i ragazzi presenti al congresso, hanno anche imparato molto. Questa esperienza ha sicuramente lasciato qualcosa di positivo a tutti; non è una cosa scontata e soprattutto non facile. Questo, oltre al complessivo risultato congressuale, mi ha lasciato una grande soddisfazione. Oggi quest'organizzazione, sia romana che di quinta, è sicuramente più pronta, attrezzata e consapevole per affrontare le sfide che ci aspettano per il futuro.

Il futuro è come un onda, che ti può travolgere, ma che puoi anche cavalcare. Ora sono più fiducioso di prima che riusciremo a cavalcare questa onda.

Metto anche un po' di foto del congresso.

A PRESTISSIMO!!! (per davvero però!)









              






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5 dicembre 2006


Ecco un po' di foto del viaggio ad Auschwitz e Cracovia


Al campo di Birkenau                                         Le foto trovate nelle valigie dei deportati


Una baracca                               Filo spinato a Auschwitz             Il mucchio di scarpe trovato a
                                                                                              Auschwitz al momento della
                                                                                              liberazione 
 

Una camera a gas distrutta         La recinzione di Birkenau            La ferrovia nel campo di
                                                                                              Birkenau


L'ingresso di Auschwitz                                         La fabbrica di Schindler a Cracovia


La Cattedrale di Cracovia                                      Il Castello di Wawel a Cracovia


Io e Daniele al castello di Wawel                           Io infreddolito


Emiliano accanto al camino                           Foto di gruppo sotto la neve con me, con la faccia
                                                                 particolarmente beota




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4 dicembre 2006

Renato Brunetta sei il mio mito!!!



Ho scoperto chi e il mio mito!!! D'altra parte, come diceva Woody Allen, bisogna pur sceglierseli dei modelli!!!
Comunque Renato Brunetta (consigliere economico di Berlusconi, quel tipo che assomiglia a Danny De Vito quando faceva il pinguino in Batman 2), il 26-11-2006 ha rilasciato a 'La Repubblica' una intervista che mi ha veramente aperto gli occhi su come vanno le cose nel mondo!
Leggete qua

 

Brunetta: “Hai mai visto una donna brutta in una Ferrari?”

Giornalista
:
Non ricordo.Così su due piedi.

Brunetta:
“Non che non l’ha vista. Giovanotto, sveglia! “"
amico mio, in questi due minuti che posso regalarle illustrerò scientificamente il  criterio socio-biologico che assiste queste mie brevi ed elementari considerazioni”.

Giornalista
:
La selezione genetica, avevamo detto.

Brunetta:
“Lei ha scritto che qui a Montecatini ci sono molte belle donne. Ma ai suoi lettori  
 non ha spiegato il perché.”

Giornalista
:
Siamo d’accordo che questo lo spiega lei.

Brunetta:
“all’aumentare del reddito, del benessere economico aumenta cosa?”

Giornalista
:
Cosa?

Brunetta:
“la capacità di conoscere le regole di civiltà e governare meglio le relazioni  
interpersonali.Si sviluppa massimamente la capacità di autocontrollo,giacché il    benessere economico produce meno stress e carica aggressiva. Con i soldi si cura meglio la salute, il proprio corpo”.

Giornalista
:
Il lifting?

Brunetta:
“metta anche questo”

Giornalista
:
Non esistono le bruttone ricche.

Brunetta:
“esistono. Ma con una incidenza percentuale minore. Con i soldi, amico si 
acquistano, per esempio, i vestiti più eleganti”

Giornalista
:Molto fasciati

Brunetta:
“fasciati o meno, a seconda dei gusti”


Giornalista
:
Più ricco…..

Brunetta:
“più cultura”

Giornalista
:
Più ricco….

Brunetta:
“più civiltà”

Giornalista
:
Più ricco…..

Brunetta:
“più bellezza”

Giornalista
:
Professore!

Brunetta:
“l’agiatezza incide anche e prima di ogni altra cosa sull’alimentazione. Nelle
generazioni di una famiglia benestante l’apporto equilibrato ma nel tempo sostenuto di proteine sviluppa un corpo….”

Giornalista
:…più belloProfessore.

Brunetta
:
“E’ chiaro. Come è naturale che le donne belle cerchino di accompagnarsi ai ricchi”

Giornalista
:Ecco Forza Italia

Brunetta
:
“ha visto che è facile?”

Giornalista
:
Un momento. Povera ma bella.

Brunetta
:
“certo, in misura minore esistono. E come lei stesso capirà molti coloro che aspirano 
a salire un gradino puntano a Forza Italia che funge da “ascensore sociale””

Giornalista
:
Le racchie votano Unione

Brunetta
:
“la sinistra garantisce la fissità delle posizioni. Dove sei rimani”

Giornalista
:
Le belle donne corrono da voi.

Brunetta
:
“anche chi non lo è ma desidera migliorarsi. Chi vuole studiare, avanzare, vedere  
premiato il suo sforzo. Insomma chi predilige lo schema di rottura”


Ecco! Pensate che quest'uomo rappresenta tutti noi al Parlamento Europeo!
Francamente non so se siano più belle le donne di sinistra o quelle di destra, ed è una disputa che trovo insulsa, però mi viene un dubbio: non è che ce l'ha con le donne di sinistra perchè, per dirla con un francesismo, non gliela hanno mai data? Se così fosse l'unica cosa che potremmo ricavare è che, sicuramente, senza ombra di dubbio, le donne di sinistra sono decisamente molto intelligenti!!! ;-)




permalink | inviato da il 4/12/2006 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

1 dicembre 2006

Mi ha scritto il Sindaco!!!

Incredibile ma vero... mi ha scritto Veltroni!
Dovete infatti sapere che la mia cronaca del viaggio a Auschwitz che trovate su questo blog, grazie a una persona che lo conosce bene, è finita anche alla sua segreteria. Il Sindaco pare che l'abbia letta e che gli sia piaciuta e questa è la risposta. Figo, no?!?

http://www.dstiburtina.it/doc/messaggio.pdf 




permalink | inviato da il 1/12/2006 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

30 novembre 2006

Il mio viaggio a Auschwitz

Care ragazze, cari ragazzi

 

Come alcuni di voi sapranno, il 3-4-5 novembre sono stato in Polonia, precisamente a Cracovia, con un viaggio organizzato dai DS della Tiburtina. Prima di tutto mi sento quindi di ringraziare immensamente Loredana Mezzabotta e Gianni Calviello, che hanno lanciato l’idea essendoci andati l’anno scorso, i DS della Tiburtina e in particolare il segretario Daniele Ozzimo, che ha saputo cogliere al volo questa opportunità, le nostre guide sul posto Antonella Tiburzi e, in particolare, Aldo Pavia per la forza, la puntualità e la crudezza dei suoi racconti e per averci aiutato a affrontare con lo spirito più adatto per questo viaggio, Ilaria Feliciangeli e Emiliano Sciascia per l’impegno profuso nell’organizzazione. Volevo però ringraziare particolarmente tutti coloro che sono venuti e hanno partecipato a questo viaggio. Ho conosciuto bellissime persone che prima non conoscevo, ho potuto apprezzare meglio persone che non conoscevo più di tanto e ho rinsaldato con chi, già normalmente, ho un rapporto piuttosto stretto, e la condivisione comune di quest'esperienza è stato forse il vero valore aggiunto.

Un viaggio vi assicuro molto duro, sia da un punto di vista fisico (condizioni atmosferiche tragiche, tanto freddo e neve i primi due giorni, freddo e pioggia battente l’ultimo, e per finire l’evacuazione del nostro aereo al momento della partenza per Roma, mentre già cominciavamo a muoverci sulla pista, per un allarme bomba) che da un punto di vista morale. Infatti lo scopo principale del viaggio non era la visita di Cracovia (città peraltro molto carina e che consiglio decisamente di andare a visitare) ma la visita al campo di sterminio di Auschwitz, che si trova 60 km a ovest della città. È’ proprio quello che ho provato ad Auschwitz che vorrei condividere con voi, e che vorrei (per quanto la mia ars scrivendi lo permetterà) cercare un po’ di trasmettervi. È chiaro che di persona sarebbe meglio (e le persone che mi incontreranno verranno bombardate dai miei racconti), ma con chi non avrò l’opportunità, spero che dopo una letta a questa mail qualcosa possa rimanere, e magari possa venire la voglia di andarci. Tra l’altro a Cracovia arriva una low-cost, la Sky Europe, e vi assicuro che là si spende pochissimo, quindi andarci un fine settimana non è nemmeno eccessivamente costoso.

 

Siamo partiti verso le otto di mattina di sabato 4 novembre dal nostro bell’albergo di Cracovia, e un termometro all’uscita della città segnava –2,7 gradi. Ora, se considerate (come mi ha detto mio padre da Roma) che il servizio meteorologico polacco a Cracovia dava per la giornata una temperatura percepita di –7 gradi, e che in campagna faceva parecchio più freddo (tanto è vero che in città c’era pochissima neve, mentre appena si usciva ce n’era molto di più), la temperatura da noi percepita durante la giornata penso che abbia sfiorato i –10 gradi. Se poi ci aggiungiamo le folate di vento ghiacciato che arrivavano, e il fatto che abbiamo spesso camminato sulla neve, potete immaginare voi.

Comunque per tornare alla visita, dopo un oretta di pullman per statali polacche che passavano tra miniere di carbone, eremi, monasteri, boschi di betulle innevati e case con immancabili stalattiti di ghiaccio pendenti dai tetti, siamo arrivati a Auschwitz. In realtà se guardate le cartine della Polonia, o quando state là, cercate indicazioni per Auschwitz, potreste non trovarle; infatti ‘Auschwitz’ non è altro che le traduzione in tedesco del vero nome polacco di quel posto, e cioè Oswiecim.

 

Dovete sapere che esistono due campi di Auschwitz. Auschwitz 1 è il primo lager costruito, è più piccolo, progettato all’inizio per 10 mila persone, ed è quello della famosa frase 'il lavoro rende liberi'. Il secondo invece, Birkenau (Auschwitz 2), si trova a circa un km da auschwitz 1, ed all’inizio era stato progettato come un campo per 100 mila persone. Per intenderci è il luogo dove c’è quella costruzione con una torretta e un arco sotto il quale passavano i treni dei deportati che ogni tanto si vede in tv.

Birkenau è enorme. È grande 3 km quadrati (come un quadrato dal lato di circa 1,3 km) e la nostra visita la mattina è cominciata da lì. La prima cosa che abbiamo visto dal pullman appena arrivati è stata la costruzione all’ingresso di Birkenau, la torretta con l’arco che citavo prima. Devo dire che già lì, vedendo quella costruzione, mi si è stretto il cuore. Poi col pullman siamo andati alla Judenrampe (mi pare si scriva così). La Judenrampe si trova a qualche centinaio di metri dal campo ed è il luogo dove arrivavano i treni dei deportati prima che portassero i binari direttamente all'interno. Lì sono scesi i romani deportati e lì, appena scesi dal treno avveniva la selezione. Normalmente l’80% circa finiva immediatamente nelle camere a gas. Il restante 20% lavorava nel lager, ma non per produrre qualcosa, ma esclusivamente per la sua gestione. Birkenau era solo ed esclusivamente un campo di sterminio. Tutti i prigionieri che vi lavoravano, lavoravano esclusivamente per la ‘normale’ gestione del campo. Le SS non facevano praticamente niente se non controllare e il lavoro (come ad esempio gasare le persone) veniva quasi interamente svolto dai prigionieri. Lì alla Judenramp c’era anche un vagone originale dell’epoca utilizzato per le deportazioni.

 

Dopo la judenramp abbiamo ripreso il pullman e siamo andati a cominciare la vera e propria visita di Birkenau, cominciando dalla parte di ‘dietro’. Per prima cosa siamo andati alla fossa comune dei sovietici. Mi sono immaginato quel campo (vi ho inviato la foto) in mezzo ai boschi senza neve, e mi dava tanto l’idea del classico pratone dove andare a stendersi in un pomeriggio d’estate e magari fare una partitella a calcio con gli amici, di quelle dove i pali delle porte sono gli zaini e le felpe. Invece a differenza di tutti i bei prati di questo mondo, lì sotto sono sepolti 8000 soldati sovietici. Tra l’altro dovete sapere che sia per la disposizione dei cadaveri nelle fosse comuni, sia per le cremazioni di massa, vi erano delle tecniche particolari. I primi tempi si scavava la fossa comune, si facevano inginocchiare le persone sul bordo e gli si sparava in testa, così che cadessero nella fossa. Ma c’era un problema. I cadaveri cadevano nella fossa in maniera disordinata, talmente disordinata che non si riusciva ad ottimizzare lo spazio della fossa. Venne così pensata la cosiddetta tecnica della ‘scatola di sardine’. Una fila di persone veniva fatta stendere sul fondo della fossa, si uccidevano con una sventagliata di mitra e sopra questi cadaveri venivano fatte coricare altre persone, procedendo così nello stesso modo. Anche per le cremazioni c’erano tecniche particolari. Addirittura, per risolvere il problema ad Auschwitz (un problema purtroppo molto complesso), nel 1943 venne fatto andare uno dei più grandi esperti di cremazioni di massa (di cui non ricordo il nome). Dovete infatti sapere che il corpo umano è un pessimo combustibile e di conseguenza non è facile bruciare enormi masse di cadaveri. Così solitamente si cercava di alternare persone più magre a persone più grasse, poiché il grasso brucia meglio.

 

Ci siamo quindi incamminati per un sentieruzzo in mezzo alla neve che passa in una spianata tra due boschetti. Dopo circa 300-400 metri dietro agli alberi abbiamo cominciato a intravedere la recinzione col filo spinato e le torrette di guardia. Subito prima di entrare abbiamo visto una delle cose più impressionanti. Quando il campo fu costruito, i primi tempi le camere a gas ancora non erano funzionanti, e così le SS requisirono due case di contadini subito fuori la recinzione. Queste due case divennero le prime camere a gas di Birkenau e subito prima di superare la recinzione ci siamo fermati davanti a una di queste. C’erano solo le basi dei muri, ma bastavano a rendere l’idea. La casa sarà stata grande 5-6 metri per una quindicina. Le SS avevano diviso la casa in camere quadrate di circa 2-2,5 metri di lato e in ognuna di queste camere venivano fatte entrare circa 200 persone. Immaginate cosa doveva essere 200 persone nude in uno spazio grande quanto uno sgabuzzino. Queste camere avevano delle feritoie che davano all’esterno da dove veniva introdotto il gas. Normalmente veniva utilizzato un gas (lo Zyclon B, a base di acido cianidrico) usato nei grandi porti per la derattizzazione delle stive delle navi.

Il gas era in cristalli e questi cristalli alla temperatura di 14 gradi liquefanno e a 20 gradi gassificano. Naturalmente 200 persone in uno spazio molto piccolo producono molto calore e i 20 gradi si raggiungevano subito così che in dieci minuti, un quarto d’ora tutto era finito. 200 vite erano finite.

 

Appena superato l'ingresso siamo entrati in un edificio detto ‘la sauna’. ‘La sauna’ era il luogo dove venivano portati i prigionieri che non venivano immediatamente gasati al loro arrivo. Lì venivano spogliati e, completamente nudi, venivano mandati a fare una doccia (quasi sempre ghiacciata), poi venivano totalmente depilati (sia uomini che donne), venivano tatuati con la matricola sull’avambraccio e infine veniva data loro la divisa del campo. Camminando per le camere di quella costruzione siamo arrivati all’ultima sala, dove è stato allestito un pannello con le foto trovate nelle valigie dei deportati. Lì davanti non ce l’ho fatta a trattenere le lacrime. Sono immagini uguali a quelle che tutti noi abbiamo in casa: foto di gruppo, momenti goliardici in compagnia, cene, una madre in bicicletta col bambino, persone con i colleghi di lavoro, la foto della classe scolastica, i ritratti, le foto dei nonni e dei parenti più anziani. Insomma sono foto che rappresentavano momenti di vita di quelle persone, e probabilmente i momenti più importanti visto che avevano deciso di portarle con se (al momento del rastrellamento infatti potevano portarsi dietro solo una valigia di roba e niente più).

 

Accanto alla sauna ci sono i resti di parecchie baracche; la sede dei cosiddetti ‘kanada kommando’. Quelle 26 baracche erano i luoghi e i depositi dove venivano smistati, aperti, controllati e, naturalmente, saccheggiati i bagagli di tutti i deportati. Le varie operazioni erano tutte svolte da prigionieri, e chi compiva questo lavoro veniva definito un ‘kanada kommando’ perché all’epoca gli ebrei consideravano il Canada un po' ome la terra promessa, essendo uno dei paesi più ricchi del mondo.

 

Usciti dalla sauna ci siamo incamminati per il campo, e dopo aver attraversato una deliziosa piccola macchia di betulle (che mi hanno ricordato tanto il boschetto di un campo da golf, quanta fosse l’armonia e l’ordine in cui stavano gli alberi) siamo arrivati ad una delle camere a gas. Nonostante la camera a gas che abbiamo visto fosse stata fatta saltare in aria dalle SS prima dell’arrivo dei russi (così da nascondere le prove di quello che lì avveniva), la costruzione faceva comunque la sua impressione (anche di questa vi ho inviato la foto). Quel luogo è composto così: scendendo una decina di scalini c’era l’ingresso. Appena entrati c’era lo spogliatoio, dove i deportati si denudavano completamente, e dopo entravano nella camera a gas. Dopo un quarto d’ora che il gas aveva avuto il suo effetto, si apriva la camera, si faceva uscire il gas e si portavano i cadaveri alle stanze successive. Lì i corpi venivano ispezionati (per scoprire se vi erano gioielli nascosti da qualche parte per il corpo), gli venivano tagliati i capelli (i capelli umani, soprattutto i femminili, poiché più lunghi, erano ottimi per molti impieghi, come per esempio la fabbricazione delle suole per le scarpe dei sommergibilisti. Al momento della liberazione del campo sono stati trovati 8 tonnellate di capelli) e venivano estratte le capsule d’oro dei denti (le quali erano poi immediatamente fuse in lingotti). L’ultima stanza del complesso era il forno crematorio. Oltre la descrizione di tutto questo, che potete immaginare come ci lasciasse, quello che più mi ha impressionato è il fatto che tutte queste attività erano svolte da prigionieri, da deportati. È chiaro che quel tipo di lavoro alla lunga divenive psicologicamente insostenibile e di conseguenza ogni tre mesi circa c’era un ricambio: coloro che vi lavoravano venivano gasati e venivano sostituiti da altri.

 

Continuando poi abbiamo visitato le baracche (dove in spazi larghi non più di un metro e ottanta dormivano in 6), le latrine (avete presente la scena di Schindler’s List?) e la baracca dei bambini (agghiacciante! Uguale a tutte le altre se non per due piccoli affreschi all’interno che raffiguravano dei momenti di gioco. Come è possibile mettere immagini di quel tipo in un luogo come quello? Considerate poi che normalmente i bambini venivano gasati tutti, senza esclusione).

 

La visita a Birkenau si è così conclusa e con il cuore pesante quanto un macigno, siamo andati a pranzare, e a mangiarci una confortante zuppa calda, della quale, dopo una mattinata passata all’aperto e in mezzo alla neve a svariati gradi sotto lo zero, avevamo proprio bisogno.

 

Il pomeriggio siamo andati a auschwitz 1. A differenza di Birkenau, che oggi è esattamente uguale a sessant’anni fa, Auschwitz 1 è stato attrezzato a museo. C’è sempre il campo come era, con le sue costruzioni (i cosiddetti blocchi) ma gli interni sono stati cambiati e allestiti appunto come un museo.

Lì anche è stata davvero dura.

 

Abbiamo visitato le prigioni, dove in superficie si trova il ‘muro della morte’, il muro dove venivano effettuate le fucilazioni. Non ho sentito quante persone vi siano state uccise, ma penso svariate migliaia. Poi siamo entrati dentro le prigioni, nei sotterranei. Lì c’erano le varie celle ma la visione di una cella in particolare mi ha fatto veramente sentire umiliato di essere un uomo, un simile delle persone che avevano concepito quella cosa. In una stanzetta c’erano tre celle dette le ‘cucce da cani’. Queste celle sono grandi 90x90 cm (cercate di figurarvi una camera della vostra casa così piccola) e l’entrata non è una porta normale, ma è alta poco più di mezzo metro, così che l’unico modo per entrare era accucciandosi. In queste minuscole stanze (vi prego, se l’avete prendete un metro, calcolatevi 90 cm, disegnate, o delimitate un quadrato di quelle dimensioni, e poi mettetevici dentro e immaginatelo con le pareti e al buio) con una sola piccolissima presa d’aria in alto, venivano fatte entrare sei persone. Se non la si è vista mi rendo conto che è difficile immaginarsela, ma fate uno sforzo (ve lo dico veramente, fate a casa quello che vi ho detto prima) e immaginatevi cosa vuol dire 6 persone nude, in piedi in uno spazio così piccolo e al buio. Naturalmente, vista la quasi totale assenza d’aria, finivano per morire asfissiati. Immaginatevi cosa doveva essere stare là dentro mentre i tuoi ‘compagni’ di cella morivano perché non c’era aria e anche tu stavi per fare la stessa fine. Immaginate cosa doveva poter dire sentire morire una persona che sta davanti a te e non può nemmeno accasciarsi perché non c’è lo spazio, e passare gli ultimi momenti della tua vita in questo modo, con dei cadaveri che ti cadono addosso e tu che non puoi ne allontanarli, ne spostarli, ma solo aspettare, e forse sperare, che la fine arrivi presto anche per te.

 

Usciti dalle prigioni abbiamo visitato altri blocchi. Prima il blocco italiano, che però non era gran che, nel senso che all’interno è stata costruita una struttura a spirale che francamente non mi ha detto più di tanto. È bella l’idea ma decisamente non riuscita bene. E poi altri blocchi, in particolare negli ultimi dove siamo stati ho avuto grandi difficoltà anche solo ad entrarci. C’erano due blocchi i cui corridoi centrali (saranno stati lunghi circa 150 metri) erano totalmente tappezzati di foto, ma questa volta non foto di vita normale, ma le foto dei prigionieri. Quella è l’immagine che non riesco e penso e spero non riuscirò mai a togliermi dalla testa. Immaginate cinque file di foto che corrono per 150 metri, ma non foto come le altre, ma ritratti tutti uguali di persone tutte diverse. Mi spiego. In tutte quelle immagini (in particolare quelle degli uomini, infatti sulla parete sinistra c’erano gli uomini e sulla parete destra le donne) si vedevano primissimi piani di persone rasate, con il viso emaciato e gli occhi sbarrati (tre caratteristiche che si ritrovavano in tutte), ma non solo sbarrati, occhi che esprimevano un angoscia che non sono in grado di descrivere. Era come se ti guardassero a te (guardavano tutti dritto nell’obiettivo al momento dello scatto), e ti chiedessero aiuto, e ti chiedessero dove fosse finita la loro vita, dove fossero finite le gioie e le tristezze, gli amori, le passioni che un giorno avevano provato, come fosse possibile che potesse venir negato in questo modo il concetto stesso di umanità, di vita umana. Quegli uomini erano solo contenitori di angoscia e di dolore, e i loro occhi nient’altro (come una finestrella che proietta all’esterno la luce di una casa) che l’unico posto da cui questa immensa angoscia che avevano dentro potesse un minimo uscire. Non mi è mai capitato di non riuscire a sostenere lo sguardo di una foto, ma lì non sono riuscito ad arrivare alla fine di quel corridoio. Nel secondo blocco dove c’erano quelle foto ho fatto moltissima fatica a entrare, e mi sentivo come se dovessi entrare accucciato e di corsa per evitare quegli sguardi. Quegli sguardi mi facevano sentire in colpa, ma non perché avessi fatto qualcosa oppure con la mia inazione avessi anch’io contribuito alla loro morte; mi facevano sentire in colpa di essere un essere umano, di appartenere alla stessa razza che aveva provocato tutto quello. Sotto le foto c’era poi il giorno d’ingresso nel campo e il giorno di morte; raramente si andava oltre i due mesi.

 

Altre cose che abbiamo visto all’interno dei blocchi sono i mucchi degli oggetti che stavano nelle valigie dei prigionieri. Mucchi enormi che sono solo le cose ritrovate al momento della liberazione, quindi gli ultimi oggetti arrivati al campo. Per prima cosa abbiamo visto gli occhiali. Da lontano non si riusciva a capire cosa fossero; pareva una grande massa contorta di filo spinato, ma avvicinandosi si vedevano che erano migliaia di montature di occhiali intrecciate tra loro. Poi enormi mucchi di scarpe (immaginate una stanza lunga un trentina di metri dove la metà è chiusa da una vetrata e dietro questo vetro c’è un unico enorme mucchio di oggetti), di spazzole, pettini, rasoi, oggetti per la casa, e poi il mucchio che più mi ha impressionato e cioè le valigie. Valigie dove su ognuna era scritto il nome e l’indirizzo del possessore (i tedeschi al momento del rastrellamento raccomandavano, ingannando i deportati, di scrivere i propri dati sulla valigia così da ritrovarla in seguito). Quello che mi sono chiesto, vedendo quelle centinaia di valigie accatastate in maniera disordinata, è quanta vita sia passata lì dentro. Al momento del rastrellamento infatti le persone avevano pochi minuti per preparare una borsa di roba da portarsi dietro (non sapevano di preciso che fine andavano a fare). Ora pensate che questa cosa capiti anche a voi. Cosa mettereste, negli unici dieci minuti che avete a disposizione, dentro l’unica valigia che potete portarvi dietro? Io penso che ci metterei oltre a vestiti e oggetti di uso comune, anche le cose più care che ho, come foto particolarmente significative, oggetti che mi portano bei ricordi, oggetti preziosi di famiglia o magari un portafortuna che mi porto sempre dietro; magari avrei perso ben due dei miei dieci minuti a disposizione per decidere se portarmi una cosa o un'altra, sapendo che qualsiasi scelta avrei fatto mi sarebbe comunque dispiaciuto immensamente. In quelle valigie c’era quello, i momenti più significativi, più intensi, più profondi di migliaia di persone.

 

Per ultimo siamo andati ad un’altra camera a gas (questa volta però intatta, forni compresi) e mentre si scatenava una bufera di neve, con il buio che arrivava a rendere ancora più macabro e triste quel luogo, abbiamo preso il pullman e siamo tornati a Cracovia.

 

Concludo questa ‘letterina’ con un paio di considerazioni. Queste sono le occasioni in cui mi dispiace non essere un Umberto Eco o un Mark Twain, o comunque un grande scrittore, per descrivere con le parole più appropriate le sensazioni che quei luoghi provocano. Per contro però devo anche dire che è forse quasi impossibile, soprattutto per noi che abbiamo avuto la fortuna di non poter vivere quell’esperienza.

Se devo dare una definizione sintetica di quel luogo, la prima che mi viene è che quello è il luogo del dolore. Se il dolore potesse essere misurato, gli si potessero dare dei valori numerici, in quel luogo avremmo delle cifre inimmaginabili. Se avessimo potuto respirare tutta la sofferenza provata in quei luoghi, probabilmente saremmo morti noi asfissiati al primo respiro. Se potessimo aprire il nostro cuore a tutto il dolore provato là, sarebbe come cercare di versare il mare in un palloncino, e scoppieremmo subito. Penso che tutte le fortissime sensazioni di dolore provate camminando in quella spianata, in mezzo alla neve, tra le baracche dei prigionieri, non siano che una parte infinitesimale rispetto a quelle delle persone che quel luogo l’hanno frequentato quando era in piena attività. Ho cercato spesso di immaginarmelo come doveva essere sessant’anni fa e mi sono figurato davanti delle scene che normalmente mi sarebbe riuscito difficile semplicemente concepire. Ho pensato a cosa doveva provare una madre, nel momento in cui appena scesa dal treno la separavano da suo figlio, tra le minacce e i cani che ti ringhiavano e abbaiavano addosso, e gli urli e gli ordini delle SS in tedesco ai quali dovevi oddedire per non essere percosso; ho pensato agli sguardi che le persone che stavano dentro le camere a gas, nel momento in cui cominciava ad entrare il gas e a stringergli la gola, devono aver rivolti alle persone vicine. Forse qualcuno non aveva capito cosa lo aspettava ed era colto di sorpresa, realizzando in cinque secondi che stava morendo; altri magari immaginavano già, altri poi non sapevano cosa pensare. Pensate agli sguardi interrogativi, o disperatamente alla ricerca di qualcosa che potesse aiutarli a comprendere e a condividere quella paura. Ho pensato ai prigionieri che lavoravano nelle camere a gas, che dopo essere stati i boia di persone che avevano tutte lo stesso loro destino, svolgevano operazioni su quei cadaveri come ispezioni vaginali o estrazione delle capsule dai denti. Che cosa gli passava per la testa in quei momenti? Quali erano i commenti che si scambiavano? Cosa non li faceva diventare immediatamente dei folli?

Una volta deportati per le SS si diventava degli ‘stucke’, dei pezzi, ma la cosa più tragica è che non era solo una questione di semantica, ma lentamente le condizioni in cui sopravvivevi e le umiliazioni cui eri sottoposto ti ci trasformavano veramente in uno ‘stucke’. Sono convinto che moltissimi dei prigionieri che non venivano gasati subito, hanno spesso invidiato la sorte di quelli scesi dal treno e portati subito alle camere a gas.

Concludo ricordandovi e ricordandomi una cosa. Tutto quello che è avvenuto, gli 11 milioni di morti nei campi di concentramento e di sterminio, è stato un lavoro progettato ed eseguito da esseri umani esattamente come noi. C’era una scientificità ed un’efficienza nello sterminio da far invidia alle più perfette catene di montaggio.

Ho sempre avuto la convinzione che dentro di noi ci sia la completa gamma di istinti che una qualsiasi persona possa provare come l’omosessualità e l’eterosessualità, la cattiveria e la bontà, la generosità e l’ignavia. In ognuno di noi c’è tutto l’umanamente provabile, ma in ognuno l’intensità di tutti questi istinti è modulata diversamente. Il perché penso dipenda da tante cose come naturali predisposizioni, o l’ambiente in cui sei cresciuto o gli stimoli che ricevi nel corso della tua vita. Come tutti siamo capaci di compiere azioni di una generosità e nobiltà immense, altrettanto siamo capaci di compiere le più riprovevoli e becere nefandezze se opportunamente stimolati, perché è una capacità che abbiamo insite in noi stessi.

In alcuni certe caratteristiche escono fuori in maniera più spiccata, in altri meno, ma tutti noi abbiamo una grande responsabilità, e cioè lottare e batterci sempre perché nelle persone siano gli istinti positivi ad uscire fuori. Ognuno di noi nella vita di tutti i giorni si trova a compiere degli atti, a dire delle cose, a comunicare qualcosa a qualcuno, e qualsiasi atto compiamo o frase diciamo, dobbiamo sempre ricordare che a una nostra azione corrisponde una reazione altrui, che può essere un pensiero da parte dell’altro o magari anche un’azione influenzata da noi. Tutti abbiamo un enorme potere verso gli altri, ed è il potere che ci dà il nostro essere perennemente incompleti e bisognosi di condividere qualcosa con le persone che vivono su questo mondo. L’essere umano è nato e cresciuto per condividere emozioni con gli altri esseri umani, e come questo trova la sua sublimazione e massima espressione nell’amore (che in fondo, se ci pensate, non è altro che il massimo desiderio possibile di condividere qualcosa il più intensamente possibile, con una persona con la quale pensiamo sia possibile), può trovare il suo momento peggiore nel rifiuto e nel disprezzo di chiunque altra persona.

Condividere vuol dire però anche influenzare gli altri. L’olocausto sarebbe stato evitato se qualcuno avesse parlato con quelle 250.000 persone che, materialmente e progettualmente, sono stati coinvolti nell'operazione dello sterminio? Non lo so, però so che dobbiamo assolutamente evitare che una cosa del genere avvenga di nuovo, e l’unico modo per farlo è educare le persone, parlarci e aiutarle a tirare fuori i sentimenti più nobili. Personalmente farò il possibile per condividere con più persone possibili questa mia esperienza e quello che mi ha lasciato. È proprio vero che chi non ha memoria non ha futuro, anche perché le regole nella storia dell’umanità sono sempre le stesse; in fondo sono milioni di anni che qualsiasi cosa accada su questo mondo (disastri naturali esclusi) è semplicemente il frutto di persone che interagiscono con altre persone.




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16 novembre 2006

In vista del Partito Democratico

Visto che (almeno pare) in tempi relativamente brevi, nascerà il nuovo partito de l'ulivo, mi pare giusto che tutti noi arriviamo preparati al momento della sua eventuale nascita.
Una cosa che mi ha colpito un po' di tempo fa è stata l'intervista a 'Panorama' in cui Massimo D'Alema sosteneva che Berlinguer sarebbe stato d'accordo col progetto del partito democratico. Qui vi indico i link dove potete trovare l'intervista di D'Alema e i tre articoli di Berlinguer su 'La Rinascita' a cavallo del settembre e l'ottobre del 1973, dove veniva enunciata la strategia del 'Compromesso storico'.

Quando ho letto l'intervista, ero piuttosto scettico sulla sua ipotesi, ma rileggendo i tre articoli di Berlinguer invece, devo dire che le supposizioni di D'Alema mi sono parse quanto meno fondate. In un recente incontro con la Sinistra Giovanile della Tiburtina, al riguardo Giglia Tedesco sottolineava, giustamente, che è è molto difficile dare giudizi su un eventuale comportamento di una persona che non c'è più, ma che riguardo a Berlinguer, non si può certo dire che non fosse un innovatore.

Personalmente mi trovo d'accordo con Giglia, ma leggendo questi tre articoli, nei ragionamenti di Berlinguer vedo dei parallelismi impressionanti con la situazione attuale.

Cmq, giudicate voi!!!

Intervista a D'Alema
http://www.massimodalema.it/interventi//documenti/dett_dalema.asp?id_doc=1713

Articolo del 28 settembre 1973
http://www.metaforum.it/berlinguer/compromesso1.htm

Articolo del 5 ottobre 1973
http://www.metaforum.it/berlinguer/compromesso2.htm

Articolo del 12 ottobre 1973
http://www.metaforum.it/berlinguer/compromesso3.htm




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16 novembre 2006

LA MATRICIANA

Ma siamo sicuri che con la matriciana la pasta migliore siano i bucatini? Per me sono molto meglio le mezzemaniche rigate!!!




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16 novembre 2006

3

Se tu fossi una cozza aprirei una pescheria
se tu fossi una montagna mi iscriverei a geologia
se tu fossi un panino diverrei come Ferrara
e se poi tu fossi il tuorlo io vorrei esser la chiara




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15 novembre 2006

Benvenuti!!!

Benvenuti nel mio Blog!!!
Vi chiederete che blog sarà probabilmente. Francamente non ne ho la più pallida idea. Penso che sarà semplicemente uno spazio che cecheò di plasmare (quando avrò tempo) il più possibile come mi gira. Di conseguenza oggi come oggi non so dirvi in futuro come mi girerà. Però una cosa di cui potete stare certi è che cercherò di 'soddisfare' il mio pubblico, e la ricerca della qualità per chi leggerà il blog sarà il mio principale obiettivo.
Bene! non mi resta che salutarvi e invitarvi a seguirmi su questo blog!!!




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15 novembre 2006

2

Guardo i tuoi occhi
son così belli
ora capisco
perchè perdo i capelli




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15 novembre 2006

1

Ieri ho preso il treno
L'ho preso proprio in pieno




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15 novembre 2006

VENEZIA

E Venezia sarebbe la città più romantica del mondo??? I canalio spesso puzzano, un caffè lo paghi anche 9 euro e il sindaco è Cacciari. Cosa c'è di romantico in tutto questo?




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